Johnny Knoxville, vita, opere e traumi

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Avete mai sentito l’espressione “matto come un cavallo”? Benissimo, Johnny Knoxville ha una mandria nel cervello. Cos’altro si può dire di un tizio che si è fatto investire da un’auto in corsa, si è fatto sbattere da una gru contro un gabinetto chimico nel tentativo di demolirlo, si è gettato con una bici bmx in uno stagno profondo meno di un metro dopo una rincorsa folle da una discesa accidentata e piena di sassi appuntiti? Un pazzo furioso che si è beccato un cazzotto da un peso massimo professionista, rischiando di restare offeso come il ticinese Gervasoni.

Eppure Philip John Clapp ha resistito a tutto questo per poter diventare un personaggio di successo strapagato da cinema e televisione, accarezzando addirittura l’ipotesi di trasformarsi in un attore serio. L’esatto contrario della sua stessa essenza, insomma, quella che sin da ragazzino, grazie alle influenze del padre matto quanto lui, lo hanno portato a essere sempre al centro dell’attenzione e a diciotto anni, fresco di diploma, lasciare Knoxville, Tennessee, per andare a studiare recitazione in quel di Pasadena, California. Ma la costanza non è mai stata il suo forte e, dopo aver frequentato per poche settimane, ha preferito mollare per iniziare la sua lunga avventura nella vita, iniziata con il folle matrimonio con l’amata Melanine, la sua vicina di casa in California. Fuga in Nevada, tutti i soldi persi al tavolo da gioco, cerimonia in una squallida cappella di un casinò, felicemente sposati da undici anni con una bambina, Madison. Il suo nome lo potete vedere tatuato sul cuore di Johnny.

Per mantenere la famiglia Mr. Knoxville ha fatto di tutto, ma se è vero che per campare bisogna essere disposti a qualunque sacrificio, beh, lui ne ha fatti davvero tanti…

Come quella volta in cui ha pensato bene di farsi sparare con una calibro trentotto per vedere se un giubbotto antiproiettile funzionava realmente (domanda “Cosa ti passava per la testa in quel momento?” Risposta: “Spero che questo figlio di puttana funzioni…”). La prova, fortunatamente andata a buon fine, fu ripresa, da quello che doveva essere un semplice (si fa per dire…) articolo per la rivista Big Brother. Johnny diventò una celebrità e iniziò a essere conteso a suon di dollaroni dai canali di culto Comedy Central ed MTV.

La spuntò la tv musicale e il resto è storia: un programma che nel corso di poche settimane è diventato un successo planetario, Jackass, e in seguito addirittura un film che ha incassato decine di milioni di dollari.

Una formula semplicissima, elementare: un gruppo di pazzi deficienti (in realtà quasi tutti stuntmen professionisti) che fanno cose folli, come farsi mordere i capezzoli da un alligatore, oppure farsi depilare completamente con la cera a caldo, sopracciglia comprese (l’eroe in questione era Stevie-O, uno con dei problemi seri che in una società civile andrebbe curato con dosi massicce di farmaci).

Ma per fortuna Johnny Knoxville è un uomo dai sani principi

E al contrario delle attrici che hanno mostrato le terga per Tinto Brass, non rinnega niente.

“Sono grato a Jackass, non mi pentirò mai d’averlo fatto, mi ha aperto tante porte e mi ha dato la possibilità di girare il mondo.”

Bravo Johnny e comunque niente male per uno di Knoxville, Tennessee, vera e propria incarnazione del sogno americano che nel 2002 inizia la sua carriera nel cinema ufficiale, dopo una particina minuscola ne Le ragazze del Coyote Ugly, con un paio di buoni film e soprattutto l’incontro con Barry Sonnenfield, che lo prende in rapida successione in Big Trouble al fianco di Tim Allen e Rene Russo, e poi come folle (guarda un po’…) alieno a due teste in Men in Black II. Sonnennfeld dirà poi di lui che lo considera un grande attore. Johnny non è convintissimo di esserlo, ma per uno che ha passato la vita a farsi sparare da un cannone, sapere che i suoi film preferiti sono

“Harold e Maude, Nick Mano Fredda, Un volto nella folla e Nuovo Cinema Paradiso. E il mio sogno sarebbe girare un film con Wes Anderson”

insomma, incominciano a venirti dei dubbi su quello che potrà essere il seguito della carriera. Niente più alligatori? Niente più cazzate micidiali che potrebbero ammazzare una qualunque persona sana di mente?

Così sembrerebbe. I fans del vomito autoprocurato che esce dal naso tremano. Grand Theft Parsons è un film quasi d’autore, e il successivo A testa alta è il remake di un film culto degli anni Settanta. Per fortuna lavorare in coppia con The Rock aiuta il nostro eroe a mantenere un basso profilo, continuando a prendere e dare mazzate anche in questo trionfo della giustizia fai da te a stelle e strisce. Facendo ovviamente da solo le scene d’azione.

“Solo che è stato molto più semplice, perché in Jackass era tutto vero. La cosa complicata semmai è stato proprio fare finta.”

Sul serio devasta un camioncino con una sega elettrica e un martellone, divertendosi non poco, ma le cose importanti sono due: la prima è che non va all’ospedale, dopo le sette visite fatte nell’era Jackass.

“Ma in realtà non mi sono mai fatto niente di grave, mai rotto niente. Nella vita di tutti i giorni invece sono incredibilmente imbranato, infatti tutte le mie fratture derivano dalla normale vita quotidiana…”

L’altra cosa è che i registi importanti iniziano ad accorgersi di lui. In fondo la faccia ce l’ha, e bella tosta pura, e anche il talento sembra non mancare.

Per questo John Waters decide di volerlo come protagonista e oggetto del desiderio della casalinga senza più desideri Tracey Ullman in A Dirty Shame, ennesima visione al vetriolo dell’America dei suburbs da parte del geniale artista di Baltimora. Un’accoppiata anche logica, se consideriamo che Johnny è anche un’icona indiscussa della comunità gay americana, con sua grande soddisfazione.

“Accidenti, Jackass era tanto gay. Out Magazine qualche hanno fa mi ha nominato ragazzone dell’anno e The Advocate mi ha messo in copertina vestito da marinaio. Sono diventato un’icona gay, ma era inevitabile: Jackass parlava di dieci ragazzi mezzi nudi che spesso facevano entrare e uscire cose dai loro orifizi.”

L’incontro con Waters sembrava quindi scritto nel suo destino.

“Quando avevo tredici anni vidi il mio primo film di John Waters, era Pink Flamingos. Penso sia stato il momento più divertente dei miei diciotto anni passati nel Tennessee. È diventato subito uno dei miei eroi. A lui Jackass piaceva un casino e ci chiamava sesso-anarchici. Questo è quello che chiamo un’investitura: farsi dare un titolo da John Waters.”

Effettivamente una grande soddisfazione, anche se il grande John non fa più mezza lira con un film dalla notte dei tempi. E anche Lords of Dogtown non è stato proprio uno sfracello, sorta di Big Wednesday sullo skate tratto dal documentario di Stacey Peralta, una vera leggenda della tavola con le ruote. La lunga militanza di Johnny come articolista per le più importanti riviste di settore lo ha catapultato in questo film in cui interpreta un manager senza scrupoli, con tanto di cadillac e mocassino bianco. Una piccola parte, ma che fa capire al pubblico che i tempi di Jackass si stanno allontanando sempre di più.

Per fortuna in aiuto del nostro eroe arriva il Generale Lee. Johnny si accaparra infatti la parte di Luke Duke nella versione cinematografica di Hazzard, il telefilm più veloce della storia della televisione. Un ruolo che inizialmente sembrava dovesse andare a Brad Pitt, la persona più simpatica che abbia mai incontrato da quando lavora nell’entertainment.

“È un tipo così “bello e bravo” che non sembra neppure reale. Ha passato mezza giornata con noi nel furgone di Jackass con tutta la troupe. Era proprio uno di noi, si è integrato alla perfezione, ha partecipato a qualunque cazzata decidessimo di mettere su. Alla fine ci ha ringraziato ed è sceso dal furgone. Noi tutti siamo rimasti immobili, poi guardandoci negli occhi ci siamo detti ‘Sì, me lo farei’.”

Hazzard incassa bene, anche grazie ai metri quadrati di pelle esposta di Jessica “Barbie” Simpson, ma ancora una volta Johnny è irrimediabilmente quello serio e adesso ci troviamo di fronte alla tragedia. I fratelli Farrelly prendono Johnny per The Ringer, film da loro prodotto e diretto dal misconosciuto Barry Blaustein, in cui deve interpretare un finto malato di mente che cerca di vincere le paraolimpiadi per mettere insieme i soldi che lo salveranno dalla rovina.

Sulla carta un plot perfetto per Johnny, con i Bros che producono un film assolutamente nelle loro corde, in cui la poetica del diverso la fa da padrone. Mr. Jackass dovrebbe essere un idiota da competizione e invece… è terribilmente bravo e serio! Non è possibile, siamo costretti a passare l’estate con un bel film interpretato da uno stunt estremo che fa lo scemo alla De Niro in Risvegli e quasi gli dà dei punti. Ma in che mondo viviamo?

A proposito del film Johnny ci dice:

“Del cast facevano parte veri atleti diversamente abili, che gareggiano regolarmente nelle ParaOlimpiadi. Sono stati meravigliosi, hanno sempre una visione positiva e riescono a mantenere alto il morale. Stasera vado a giocare a bowling con uno di loro, che è di passaggio in città. Ha una fissa per le bionde, per cui gli troveremo qualcosa. Del resto, non c’è posto migliore di Hollywood per rimorchiarle.”

Fa anche il ruffiano dal cuore d’oro!

Insomma, a quanto pare lo abbiamo proprio perso. Niente di male, intendiamoci, nel fatto che un attore voglia confrontarsi con qualcosa di nuovo, cercare una sua identità, dei ruoli più sfaccettati, The Ringer è un film davvero importante anche per le tematiche che porta all’attenzione del grande pubblico… ma non potresti per favore farti rinchiudere in un trolley insieme a un cobra e tre serpenti a sonagli, Johnny caro?

Noi ti preferiamo così, ancora per un po’, poi potrai anche fare Shakespeare diretto da Mel Gibson, recitando in inglese del Cinquecento, ma per ora, ti prego, confermaci che è vero quello che si dice in giro. L’anno prossimo, dopo l’uscita di Killshot, un thriller maledettamente serio diretto da John Madden con Diane Lane e Mickey Rourke, uno dei pochi al mondo più matti di lui, è vero che penserai a fare Jackass 2? La voce gira da un po’, rimettere insieme la vecchia banda, come avrebbero fatto i fratelli Blues, non in missione per conto di Dio, ma per dare un’ultima soddisfazione ai milioni di ammiratori che non hanno la benché minima intenzione di ripetere questi stunt nel salotto o nel giardino di casa, ma che avrebbero voglia di vedere ancora una volta insieme Stevie e Johnny.

Poi puoi fare De Niro per il resto della vita, Mr. P.J. Clapp.

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About Author

Alessandro De Simone

Critico, ufficio stampa, festival programmer, esperto di cinema sportivo. Tifoso del Napoli, dove è nata nel corso del XX secolo. Londra è la sua città, dove vive per la maggior parte del tempo. Ha fondato The Cinema Show nel 2010, come primo mensile esclusivamente per iPad in Italia.

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