Hollywood, i sogni son desideri. E si trasformano in incubi

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Hollywood, la mecca del cinema, dove nascono le stelle. E dove spesso anche muoiono. Un luogo magico, che in realtà è stato assai più spesso un inferno, travolto a intervalli più o meno regolari da scandali di vario genere.

Un torbido sottobosco che ha alimentato leggende e fantasie, come quelle di Ryan Murphy, ideatore di serie di successo e regista di lungometraggi preferibilmente dimenticabili. Dopo avere siglato un accordo pluriennale con Netflix, che lo ricopre letteralmente di dollari, ecco arrivare la sua prima creatura. Una storia a cui Murphy doveva tenere molto, visto il fascino che i racconti dell’epoca classica della celluloide hanno su di lui. Feud, storia romanzata il giusto della rivalità tra Joan Crawford e Bette Davis ne è la prova.

Hollywood ne è l’apoteosi distopica

Un vero e proprio sogno, nato magari nella cameretta di un Ryan Murphy men che adolescente, divoratore di film in bianco e nero e commedie con Doris Day. Covato e coccolato per molti anni, alimentato da tutte le storie più pruriginose che il gossip di quegli anni riportava, quando non addirittura creava, arriva oggi nelle case di 150 milioni di abbonati digitali.

Un paradosso, per quella che dovrebbe essere l’apoteosi della celluloide. Meno, se si conosce la storia del cinema, quello dietro lo schermo, di quegli anni.

Nel 1946 l’apice del suo successo

Il primato del 73,6% del pubblico potenziale, ovvero si erano riempite tutte le sale della nazione per tre quarti ogni giorno dell’anno. Un risultato straordinario, che arrivava dopo gli anni della Grande Depressione e della Seconda Guerra Mondiale. Un’ascesa all’apparenza inarrestabile, partita da un 31% del 1935. In realtà un risultato mai più ripetuto.

Nel 1928 si erano incominciati a diffondere i primi apparecchi televisivi catodici, un elettrodomestico che nel secondo dopoguerra avrebbe fatto parte di ogni famiglia d’America. Nel 1953 già del 46,7%. E l’affluenza al cinema si era esattamente dimezzata rispetto al 1946.

Hollywood, raccontare la leggenda

Bisogna sempre ricordare la lezione dell’onorevole Ransom Stoddard. La prima grande chimera che racconta Murphy è quindi quella di un’industria perennemente lanciata verso il successo. In realtà, da ottimo conoscitore dell’argomento, sa benissimo anche lui che le cose non stavano così. E lo fa dire, neanche troppo tra le righe, al pragmatico Richard Samuels, ipotetico executive degli altrettanto ipotetici ACE Studios delle cui vicende si narra nelle sette, interminabili puntate della miniserie Netflix.

Lunghissime, come quasi tutto il prodotto seriale Netflix che, avendo profilato con scientifica precisione il suo mercato, sa che la narrazione deve essere dilatata e reiterata per mantenere viva l’attenzione dell’utente casalingo.

Anche gli studios sapevano che fine avrebbe fatto il loro 73,6%. Appena finita la guerra, infatti, avevano già delle nuove battaglie da combattere negli uffici delle major. I responsabili del marketing avevano iniziato a fare dei sondaggi, le risposte erano incoraggianti, i film erano il passatempo preferito degli americani, fuori dagli eventi sportivi ovviamente. Ma la radio era stata il focolare degli Stati Uniti dal dicembre del 1941 all’agosto del ’45. E nonostante alla domanda “se doveste rinunciare a cinema o radio quale scegliereste”, l’84% rispose nel 1945 che non avrebbe potuto fare a meno di un film sul grande schermo, i produttori sapevano che a casa sul divano lo avrebbero preferito molto di più.

Corsi e ricorsi storici

All’epoca fu la guerra, oggi il Covid-19. La domanda è la stessa: cinema in sala o a casa? Murphy vuole fare una sintesi, non ci riesce, ma poco importa. Non che sia impossibile, negli ultimi anni la missione è stata brillantemente compiuta da Todd Haynes, che con la sua riduzione di Mildred Pierce ha restituito atmosfere che sembravano ormai perdute. Operazione simile è stata Olive Kitteridge, una storia che tanto sarebbe piaciuta a Douglas Sirk.

Lo stesso Sirk, anima del melò americano degli anni Cinquanta, che fece fare a Rock Hudson il vero salto di qualità, da bel manzo hollywoodiano ad attore a tutto tondo. Prima nel meraviglioso Magnifica ossessione, poi ancora in Secondo amore e Come le foglie al vento. Hudson fece vincere un Oscar a Jane Wyman per il primo e a Dorothy Malone per il terzo. Non era un grande attore, ma sapeva dare la battuta e riempiva lo schermo, Il gigante senza di lui è difficile da immaginare. Era un attore di Hollywood, costruito dal suo agente Henry Willson. Funzionava così a quei tempi.

Per distruggere le stelle c’erano invece la stampa scandalistica, gli agenti che dovevano favorire i loro assistiti, e poi la droga, l’alcool e il sesso. Tutte cose che non andavano d’accordo con il Codice Hays, ovvero le regole di comportamento da seguire per far sì che un film fosse decente. Almeno secondo qualcuno. Il Codice fu stilato all’inizio degli anni Venti, dopo il triste caso di Fatty Arbuckle, accusato di avere provocato le lesioni che poi portarono alla morte di una giovane attrice, Virginia Rappe, durante un rapporto sessuale non consenziente. Fatty, star del muto con contratto milionario, fu assolto, ma la sua carriera era distrutta. Il fatto avvenne durante un festino con fiumi di alcool, droga e prostitute, al St. Francis Hotel di San Francisco. Hollywood era dissoluta e doveva essere controllata, per il bene della nazione.

Una scemenza, sarebbe diventata sonora dopo Il cantante di jazz. Ma anche uno strumento per gli artisti più capaci, che si divertivano ad aggirarlo, inventando nuove forme narrative, generi, dando a molto cinema americano, dagli anni Trenta in poi, delle connotazioni politiche che si sarebbero ulteriormente affinate negli anni della Caccia alle Streghe.

Il sogno rivoluzionario della Hollywood di Ryan Murphy, in cui una donna a capo di una major con coraggio produce un film scritto da uno sceneggiatore nero, interpretato da un’attrice non solo anch’essa afroamericana, ma soprattutto di grande talento, con un contorno omosessuale esplicito e alla fine gioiosamente dichiarato, è senz’altro idilliaco.

Ma è anche terribilmente conformista. Se il cinema arrivò a quel 73,6% il merito fu delle tante metafore sessuali nell’opera di Lubitsch, delle commedie di Capra e Sturges, dei western di Ford e Hawks. E in seguito avremmo avuto il noir, Hitchcock, Billy Wilder, Mankiewicz, e via fino a Cassavetes e agli splendidi anni Settanta.

Cose che non accadono nel Gleetterato mondo di Ryan Murphy

La creatività nasce da un bisogno, da una necessità, dal desiderio di andare oltre. La Hollywood di Murphy salverebbe la vita ai fratelli Kennedy e a Martin Luther King, perché non avrebbero avuto motivo di essere. In compenso Nixon sarebbe diventato presidente nel ’60.

Questo C’era una volta a… Hollywood alla carlona è deleterio più che altro nella forma che nella sostanza. È un prodotto cinematograficamente, che si perdoni il termine, povero, per idee, messa in scena, struttura narrativa e dialoghi. Si salvano alcuni personaggi e interpreti, a partire dall’ottimo, per quanto caricato, Jim Parsons nei panni di Henry Willson. E davvero belli sono i personaggi di Patti LuPone (la produttrice coraggiosa), Joe Mantello e Holland Taylor.

Nella sostanza è invece più che altro ingenuo, e soprattutto poco lungimirante. Perché nel meraviglioso mondo delle favole alla lunga ci si annoia. Finché non arriva la strega cattiva.

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About Author

Alessandro De Simone

Critico, ufficio stampa, festival programmer, esperto di cinema sportivo. Tifoso del Napoli, dove è nata nel corso del XX secolo. Londra è la sua città, dove vive per la maggior parte del tempo. Ha fondato The Cinema Show nel 2010, come primo mensile esclusivamente per iPad in Italia.

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