Susanne Bier: “Conta solo essere felici”

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Una splendida cinquantenne. Susanne Bier, che ci ha fatto piangere parecchio con i suoi precedenti film, ora ci porta un sorriso con una storia d’amore matta, sempre sull’orlo della tragicommedia. Love is all you need è una deliziosa esagerazione, un’opera sentimentale e che proprio per le sue volute ingenuità – musiche comprese – rischia di diventare un cult. Il film è targato Teodora, che lo distribuisce, e a Natale, paradossalmente, rischia di piacere ancora di più. Noi abbiamo incontrato la cineasta danese a Venezia, dove il film è stato molto applaudito.

Come definirebbe Love is all you need? Romanzo, dramma, tragedia, commedia?

Perché etichettare tutto e tutti? Questa è una storia e come tale va trattata, in tutte le sue sfaccettature. In tutte le sue emozioni, che poi tracciano la linea di questi presunti confini che ci sarebbero tra un genere e l’altro. Credo che pur con leggerezza, spesso, qui abbiamo affrontato una materia molto complessa, quella della malattia, del dolore e delle reazioni che si hanno ad essi. Per me questo è un film molto romantico, ma anche doloroso e nostalgico.

Qui però, sembra cambiare molto rispetto ai precedenti film.

Non credo, bilancio solo diversamente i miei ingredienti cinematografici. Prima c’era più tragedia, ora più romanticismo ed elementi di commedia. Ma se guardi il film, capisci che c’erano tutti anche nelle altre opere, ma in proporzioni diverse. Ed è curioso, in fondo, perché quando abbiamo iniziato a parlare del film, dicevamo che sarebbe stato incentrato su una donna ancora giovane malata di cancro. Non il massimo del divertimento.

Allegria. Vede che le piace la tragedia greca?

E invece anche questa è un’etichetta, uno stereotipo, perché noi, fin dall’inizio, ci siamo detti che nulla doveva essere patetico, che avremmo dovuto affrontare il tema con il sorriso, se possibile con ironia. Era un argomento serio, ma non volevamo prenderci troppo sul serio.

Qui la riflessione sulla famiglia è molto importante? Lei che ne pensa?

Di famiglie ce ne sono tante. La mia, formata da mio marito e i miei bambini, la sento sempre vicina e per me è fondamentale. Attraverso loro vedo il mondo, con loro capisco molte cose. Sì, per me la famiglia conta molto e inevitabilmente si riflette, questo, anche nei film.

Lei alla donna dà la malattia, all’uomo l’elaborazione del lutto. Come mai?

La scelta è stata intenzionale: l’approccio di lei alla malattia che l’ha colpita è molto positivo, importante. Di contro, l’elaborazione del lutto di lui non è delle migliori. Unirli, a mio parere, poteva creare un bel mix, far capire molte cose. A loro, come personaggi, ma anche a tutti noi. Il punto è che ci tenevo a far capire che una possibilità di felicità c’è sempre e per ognuno di noi, basta crederci, qualsiasi cosa accada o sia accaduta. Lei non ha i capelli, non ha un seno, ma ha uno spirito straordinario. E le basta per trovare la sua strada.

La protagonista nasce dalla sua fantasia oppure è qualcuno che conosce?

Non ti diro chi è, ma questa donna esiste. Naturalmente è un po’ diversa, ma ha la sua stessa forza, la sua stessa caparbietà, la sua stessa dolcezza. Non è vicina a me, ma fa parte della mia vita. Ma non voglio invadere il suo mondo oltre e non racconterò quindi chi è.

Lo sa che alcuni hanno visto un’Italia troppo da cartolina nel suo film?

Cosa vuol dire da cartolina? L’Italia, Sorrento, è un’altra protagonista del film, è inevitabile che come faccio con uomini e donne, sottolinei le sue qualità, le caratteristiche principali del ruolo. E poi ci gioco, perché questo trionfo d’amore, certe caratteristiche del vostro paese sono assolutamente adatte a celebrarlo. Certo, magari ho mostrato un’Italia che ho anche letto sui libri, ho visto nei film e che forse è lontana una quarantina d’anni da questa, per alcune cose.

Lei fa diventare eccezionale una donna normale e normalizza James Bond. Vendetta femminista?

Non la chiamerei così. Più che altro è una riflessione particolare sulla nostra società che alle donne non perdona nulla, a partire dall’estetica. Rimane fondamentale per molte, se non praticamente tutte, lo sguardo degli altri. I due maturi innamorati del mio Love Is All You Need, invece diventano simili, pur nelle loro incredibili diversità, quando si guardano dentro, fregandosene degli altri. E sì, io volevo raccontare la forza di questa realtà, di queste sensazioni, di questa normalità eccezionale.

Due curiosità. La prima: come mai ha scelto Ciro Petrone?

Credo che Gomorra sia un vero capolavoro e guardandolo, non ho potuto fare a meno di notare questa faccia, quest’attore così naturale, potente. E mi ha sopreso la sua capacità di entrare in un personaggio tanto diverso.

La seconda: il matrimonio qui sembra un’istituzione in ribasso. Meglio non sposarsi?

Meglio essere felici e divertirsi, che si sia sposati o meno. Francamente tutti fanno ciò che li rende felici, me compresa. E tutti dovremmo farlo sempre, senza eccezioni

 

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