Il futuro dei festival #2 Cannes 2020, va bene anche così

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Cannes 2020, edizione numero 73 di quello che una volta era il festival di cinema più prestigioso del mondo. Una volta, esatto. Perché se nel metro di giudizio si dovesse, e personalmente da frequentatore di Cannes dal 1999 credo sia necessario, inserire anche lo stile, inteso come comportamento, della direzione, quest’anno l’evento francese ha perso molte posizioni.

Cannes 2020, i fatti, se così si possono chiamare

L’unica cosa tangibile è l’annullamento del festival. Non si va in Croisette, niente film, nessun montée de marche alla Grand Théâtre Lumière, un deserto di star e stampa tutta a casa. Giustamente a disperarsi, perché Le Festival è una fonte di reddito importante. Per alcuni. La minoranza, a dire il vero. Perché già da alcuni anni, lavorare bene a Cannes per un giornalista non è semplice. E nemmeno per un distributore, un fotografo, in generale per un professionista del settore.

Cannes è da tempo una macchina cresciuta a dismisura nei numeri, non nelle strutture, tanto meno nella visione reale di quello che è oggi il lavoro in generale, basato fondamentalmente sul tempo, che non può essere sprecato inutilmente. Cosa a cui invece il festival costringe tutti da anni.

File per controlli di sicurezza a ogni entrata nel palazzo del cinema e per ogni ingresso in sala. Code sempre superiori alle due ore per i film più attesi, dimezzate per quelli di medio cabotaggio, ingressi quasi immediati per opere che, per fortuna, spesso sono anche belle sorprese. Ma che si riescono a vedere solo rinunciando al concorso, al grande nome di cartello, al blockbuster fuori competizione.

Scelte forzate, che costringono a incastri complicatissimi e calcolati al millesimo di secondo per scrivere, sempre che si riesca a trovare un posto nell’affollatissima sala stampa, e magari fare qualche intervista. Perché, se ti dice bene, sono quelle che ti fanno rientrare dei non pochi soldi che costa seguire un festival di Cannes.

Le conversazioni con attori e registi sono da tempo merce rara. E non perché i talent non siano disponibili, ma perché è tale il numero di richieste da parte della stampa internazionale, e poco il tempo di tutti a disposizione, che alla fine sono scontenti tutti. Tavoli con quattro attori contemporaneamente e dodici giornalisti a cui vengono concessi quindici minuti in tutto, per avere poi in mano un contenuto inutile.

Certo, non è per tutti così, ma c’è uno squilibrio sociale evidente e, a dirla tutta, anche volgare, umanamente parlando.

Cannes 2020, i film

A proposito di volgarità, quella più grossa degli ultimi anni il festival è riuscito a farla nell’edizione che non c’era. Annunciare comunque i titoli è una profonda mancanza di rispetto nei confronti degli altri festival, e francamente anche dei cineasti, dei produttori e dei distributori. Gesto dettato dalla necessità di non perdere terreno in una competizione in cui Venezia ne ha recuperato anno dopo anno, sfruttando come non era mai stata in grado di fare il posizionamento in settembre.

Se escludiamo un 2019 molto fortunato, le precedenti cinque edizioni a confronto tra Cannes e Venezia pendevano decisamente a favore della Laguna contro la Croisette. Per molte ragioni, per la maggior parte indipendenti dai meri valori artistici.

Fare un festival del cinema, d’altronde, significa prima di tutto dover gestire un’impresa, con dei bilanci fatti di soldi, la cui redditività è legata in gran parte a fattori aleatori come la qualità della selezione. Variabili impazzite non quantificabili, che devono per forza essere bilanciate da un bagno di realismo.

A Cannes si chiama Marché, a Venezia da alcuni anni si chiama Oscar. Il 2019 aveva segnato per Cannes un doppio punto a favore, grazie a Parasite. Per questo l’edizione 2020 era così importante per il direttore artistico Thierry Fremaux. La selezione sarebbe stata probabilmente una delle migliori degli ultimi vent’anni, non un grande sforzo a dire il vero. E avrebbe permesso di tornare in testa alla gara. Non poter partecipare, è un danno economico incredibile, anche per l’indotto che ha la cittadina dalle decine di migliaia di operatori che spendono e spandono nei ristoranti e negli hotel affatto a buon mercato.

Per i film, Cannes è un lancio straordinario, è vero. Ma non è indispensabile. Portare un prodotto a Cannes non è una passeggiata in riva al mare. A seconda della portata del film, costa dai 50.000 al milione di euro. Cifre che in questo momento di emergenza mondiale si sarebbero potuti permettere davvero in pochi e che non sarebbero state giustificate da un adeguato rientro.

È il Marchè, baby

Molto meglio, a questo punto, cercare di piazzare le opere in listino al mercato digitale, che si terrà in giugno, e che farà perdere una montagna di denaro al Palais des Festival e alle società che allestiscono ogni anno gli spazi. Per non parlare dei proprietari dei lussuosi yacht che vengono ogni anno affittati come ufficio/abitazione e location per feste e aperitivi. Non si potrà fare affari a colpi di ostriche e champagne, è vero, ma è pur vero che le vendite saranno tutte al netto dei costi di affitto dello stand, viaggi, vitto, alloggio. Alla fine potrebbe non essere così male.

Dalla parte del pubblico

Alla fine chi ci rimette sono gli spettatori, che va però ricordato, a Cannes non sono poi così considerati, almeno per quanto riguarda la selezione ufficiale. Molto di più quelli di Quinzaine des Realisateurs e Semaine de la Critique, sezioni collaterali che per prime hanno comunicato l’annullamento dell’edizione di quest’anno e che maggiormente, anche economicamente, soffriranno di questa inevitabile decisione. Detto ciò, con l’enorme quantità di schermi di cui può usufruire il festival, tra Palais e sale cittadine, si potrebbero offrire molti più posti complessivi per il pubblico pagante e appassionato. Le belle proiezioni dei classici del Cinema sur la Plage sono un bel regalo, più o meno come quelli che facevano gli spagnoli ai nativi americani in cambio delle loro ricchezze.

Cannes 2020, la cura del benessere

Insomma, questa terribile mazzata del non avere il Festival di Cannes 2020 potrebbe rivelarsi uno straordinario toccasana per un evento che è di fatto uguale a se stesso da troppo tempo. I ritocchi dati negli ultimi anni hanno colpito soprattutto la stampa, già al limite, facendola lavorare in condizioni ancor più disagiate.

Per quanto strano possa sembrare, Cannes è un evento che non ha mai affrontato la modernità, basandosi quasi esclusivamente sulla tradizione e il prestigio. Se si fosse svolta, l’edizione di quest’anno avrebbe sicuramente fatto scoppiare il bubbone, con effetti forse anche più devastanti in termini d’immagine.

Invece oggi Fremaux (o chi per lui) ha un’occasione irripetibile, che purtroppo non sta cogliendo, preoccupandosi di oscurare comunque la concorrenza. Potrebbe lavorare per il futuro, progettando un evento più agile, che sia anche un indispensabile momento di mercato, discussione e condivisione dell’arte cinematografica.

Si potrebbe ragionare con calma sulla razionalizzazione del numero dei titoli selezionati, permettendo così una programmazione multipla che permetta agli accreditati, opportunamente sfoltiti, di lavorare al meglio. Si potrebbe allargare ulteriormente l’accesso del pubblico, se non al Palais nei cinema cittadini, magari anticipando o posticipando l’inizio e la fine del marchè, cosa che snellirebbe moltissimo una delle due settimane. Marché che oltretutto almeno nel 2021 dovrebbe essere ridimensionato, visto lo stop delle produzioni e quindi il minor numero di film pronti per gli screening.

Inoltre, istituire una video library per la stampa su titoli selezionati di tutte le sezioni sarebbe un risparmio non indifferente per molte redazioni, che potrebbero far lavorare dei collaboratori da casa, riuscendo a dare una copertura più capillare senza vendere l’anima al diavolo o chiedere la Giratempo in prestito a Hermione Granger.

Ma forse una simile rivoluzione è davvero solo fantasia.

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About Author

Alessandro De Simone

Critico, ufficio stampa, festival programmer, esperto di cinema sportivo. Tifoso del Napoli, dove è nata nel corso del XX secolo. Londra è la sua città, dove vive per la maggior parte del tempo. Ha fondato The Cinema Show nel 2010, come primo mensile esclusivamente per iPad in Italia.

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