The Wrestler

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Ci sono dei film che finisci con l’amare inevitabilmente, vuoi per la storia o per la regia o per le memorabili interpretazioni. Quando però tutti e tre questi elementi vengono a collidere, allora riesci anche a passare sopra al passato del regista, capace di tirare fuori opere tanto incomprensibili da farti dubitare che sappia dove sta di casa il concetto stesso di cinema. The Wrestler è uno di quei film.

Darren Aronofsky non è un Carneade dell’arte visiva, al contrario, è un cineasta intelligente e colto, anche troppo a dire il vero, come dimostrato disastrosamente con The Fountain, opera ai limiti del risibile e alla quale si riesce a dare il beneficio del dubbio solo a causa delle pesanti manomissioni sul final cut richieste dalla produzione.

Ma spesso dopo un film maledetto ci si riesce a rialzare facilmente, perché non si ha niente da perdere, lavorando con maggiore leggerezza e sentimento.

Tutte cose che in The Wrestler, storia di un vecchio lottatore segnato dalla vita in cerca di riscatto, sono presenti e che contribuiscono a farne una pellicola con un cuore pulsante. Anche se stanco e malridotto, come quello di Randy “The Ram” Robinson, una volta vera e propria stella della lotta spettacolarizzata a stelle e strisce e costretto oggi a vivere di incontri nelle palestre delle high school e vendita di memorabilia a ragazzini brufolosi e provinciali obesi e poco istruiti.

Quando finalmente gli si presenta l’occasione di una grande rentreé, il destino gli tira un brutto scherzo che lo costringerà a guardarsi indietro per capire cosa l’ha portato a ritrovarsi triste, solo e malato. Ma con lo spirito del vero lottatore che è in lui, cercherà di vincere l’incontro con la vita all’ultimo round utile.

The Wrestler è costruito come il più classico dei film sportivi crepuscolari

In cui l’eroe si trova a un punto della sua vita in cui capisce che quella vera è fuori dal ring o dal diamante o dal rettangolo di gioco. Aronofsky riesce però a inserire in questa storia molti elementi che ne fanno un film ben più complesso e stratificato. A partire dall’ambientazione nella provincia proletaria americana in cui il wrestling, sport violento e preparato a tavolino dai suoi acrobatici interpreti, è una vera e propria valvola di sfogo per una classe sociale ogni giorno più povera e lasciata a se stessa. Lontana anni luce dal sogno americano, a cui lo stesso cineasta aveva suonato la marcia funebre in Requiem for a Dream, film ben più ambizioso ma anche molto meno sincero.

Questa volta Aronofsky riesce a limitare i suoi eccessi, concedendosi oltretutto delle soluzioni registiche sopraffine, come il continuo pedinamento della macchina da presa nei confronti del protagonista, quasi a voler fare di questo melò un documentario che racconta uno spaccato dell’America di Bush. E non lo fa per caso, perché The Wrestler riesce a essere anche un’opera politica che racconta il disagio dei tanti outsiders che il paese ha masticato e sputato via una volta divenuti inutili.

Una bella prova per il regista che stupì tutti con il suo esordio low budget π

Ma che non sarebbe stata possibile senza il protagonista assoluto che diventa il film stesso, quel grande lottatore che è stato e che ha ancora energia da vendere che è Mickey Rourke. Attore dal talento immenso, sprecato purtroppo inseguendo droghe, alcool e il suo impossibile sogno di diventare un pugile professionista, Rourke è uno di quegli attori capaci di restare impresso a lettere di fuoco nella storia del cinema per ruoli come Motorcycle Boy in Rusty il selvaggio di Francis Coppola, ben felice di regalargli molti anni dopo l’indimenticabile cameo dell’avvocato Bruiser Stone ne L’uomo della pioggia.

Gioia e incubo di registi del calibro di Walter Hill e Alan Parker, amico fraterno di Michael Cimino con cui ha condiviso l’ascesa e la caduta, Rourke fa di Randy The Ram un personaggio indimenticabile, pervaso di una grande dolcezza e di una forza interiore straordinaria, capace di rialzarsi anche dopo il colpo più violento, sul quadrato come nella vita, ma allo stesso tempo consapevole di essere solo un pupazzo messo al servizio del pubblico e incapace di adattarsi alla vita fatta di cartellini da timbrare senza le luci della ribalta.

Carne da macello creata dallo show business per offuscare le menti di chi si dovrebbe preoccupare della mancanza di un sistema sanitario nazionale, della disoccupazione galloppante, della recessione, delle guerre senza fine.

Nel cast vanno ricordate Marisa Tomei e Evan Rachel Wood, davvero bravissime nei panni delle Marie che accompagnano questo Cristo dei poveri al Calvario.

Ma alla fine è il lottatore che resta nei nostri cuori e auguriamo a Mickey The Ram di riuscire a fare breccia anche in quelli dei membri dell’Academy, perché sarebbe l’Oscar più meritato da molti anni a questa parte.

 

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About Author

Alessandro De Simone

Critico, ufficio stampa, festival programmer, esperto di cinema sportivo. Tifoso del Napoli, dove è nata nel corso del XX secolo. Londra è la sua città, dove vive per la maggior parte del tempo. Ha fondato The Cinema Show nel 2010, come primo mensile esclusivamente per iPad in Italia.

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