Natalie Portman: “Il cigno nero, una questione di fede”

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Natalie Hershlag, in arte Portman, è nata a Gerusalemme, non ha neanche trent’anni, aspetta un figlio e forse un Oscar. È un’attrice straordinaria almeno quanto la sua bellezza è unica, cesellata su uno sguardo acuto e su lineamenti irripetibili. La sua gentilezza decisa, la sua disponibilità discreta nel rispondere a domande più o meno intelligenti, la rende ancora più affascinante. Eccola l’attrice che fa innamorare uomini e donne e che avremmo voluto vedere nella parodia geniale che Jim Carrey ha realizzato su Il cigno nero.

Un gioiello, quest’ultimo, che nasce dalla nuova ossessione per il corpo di Darren Aronofsky. E per le anime tormentate che vi si agitano dentro: Rourke in The Wrestler combattendo con la sua imperfezione ossessiva, la Portman lottando con la sua perfezione parossistica. Il cigno nero è un film che ti squassa, uno psicothriller che profuma di Eva contro Eva riscritto da un regista geniale, interpretato da attori eccellenti. E con una Natalie Portman, cigno bianco e fragilissimo, che sboccia in un’oscurità che non le sospettavamo.

Guardando Il cigno nero, abbiamo sofferto per lei. Dev’essere stata dura.

Si, molto, ma è stata anche una bella sfida. Ho avuto una controfigura per alcune scene – mi dicono che mi somigli in maniera inquietante – ma ho cercato di essere in scena tutte le volte che mi era possibile. E infatti mi sono fatta anche male: nella scena in cui la fisioterapista lavora su di me, è tutto vero. In un passaggio in cui venivo sollevata dal ballerino, mi si è “spostata una costola” e lei stava cercando di rimetterla a posto. È successo a tre settimane dalla fine, è stato orribile, da quel momento in poi tutte le prese sono state cambiate perché non potevano più sollevarmi dal busto ma da sotto le braccia. E non voglio parlare della dieta che prevedeva microporzioni ogni due ore e tanta acqua, vitamine e integratori!

Ha mai pensato di non farcela?

Se lo avessi fatto, avrei mollato. Un ruolo del genere necessita di un impegno e di una fede senza incrinature. Ma confesso che a un certo punto ho pensato che tutto l’allenamento, i dolori, le difficoltà, l’andare sempre oltre me stessa, mi avrebbero ucciso! Ho pensato “finiranno il film ricostruendomi al computer”. Per fortuna sono viva e qui con te! (Per fortuna, ndr)

La danza è stata a lungo la sua vita. Un’emozione speciale tornare a ballare?

Ho iniziato a quattro anni e ho smesso a tredici, quando ho messo piede sul mio primo set, quello di Leòn. E mi sono ritrovata, dopo quindici anni a ricominciare. Avevo una base, ma ho dovuto lavorare moltissimo: ho avuto un’insegnante meravigliosa che mi ha seguito per un anno prima delle riprese. Per i primi sei mesi abbiamo fatto
danza tutti i giorni e abbiamo aggiunto nuoto, un miglio al giorno, esercizi per il tono muscolare e altre “torture”.

Ha mai pensato a una carriera da ballerina?

Forse l’ho sognata, ma la danza è un’arte che richiede sforzi immensi, mentali e fisici. Richiede un’enorme passione e un costante impegno. Inoltre è una carriera molto breve – a quarant’anni vai in pensione – e spesso non riesci a vivere del tuo lavoro. Però durante il film ho amato molto il contatto con persone che vivono per la danza e la scena finale, di fronte a tanti professionisti, è stata un’emozione unica.

Il cigno nero l’ha costretta a confrontarsi con il lato oscuro di sé, come donna e come artista?

È stata un’esperienza molto dura, posso dire che forse solo ora sto riuscendo a uscirne. Ci sono artisti che superano questi conflitti cercando di sentirsi più liberi, altri che invece ci combattono costantemente. Trovarmi all’interno del corpo e dell’animo di una donna che non è molto lontana da me, forse solo più estrema, mi ha fatto molto riflettere.

Lei come ha risolto questa lotta contro se stessa e il suo lavoro?

L’esperienza è lo strumento principale per un’attrice e per una donna. Un tempo ero ossessionata dal mio lavoro ed è stato difficile uscirne, ma per fortuna sono stata capace di usare tutto ciò a favore delle mie capacità e non in maniera distruttiva.

L’impressione di chi guarda è che lei condivida con la protagonista il perfezionismo…

Cerco la perfezione, ma non credo che la bellezza sia perfezione. Né quella estetica né quella cercata a tutti i costi nei movimenti o nell’arte. Anzi penso che la recitazione debba essere imperfetta, in un certo senso disordinata. Spero sempre in ruoli “perfetti” per me, questo è vero.

Sia sincera: Aronofsky è stato più o meno tenero di Cassel?

Decisamente più tenero. Naturalmente non parlo di Vincent come persona e attore, è straordinario, ma del suo ruolo di mentore impietoso. Darren ha provato a convincermi a prendere dell’ecstasy per entrare nel personaggio, ma ho rifiutato (ride di cuore e quasi svengo, ndr). Gli ho detto che potevo usare la mia immaginazione e la recitazione o al massimo chiedere ad altre persone che l’avevano preso. Tra cui lui che, peraltro, ne sapeva parecchio! Scherzi a parte, lui è uno sempre molto concentrato sul lavoro, siamo entrambi un po’ maniacali. Con me è stato sempre molto carino e attento. E nata una fortissima complicità mentale e lavorativa, per cui se lui diceva anche solo una parola, io capivo all’istante tutto quello che stava immaginando.

Vi eravate mai incontrati prima del film?

Ci siamo conosciuti nel 2002. Io avevo diciotto anni ed eravamo a casa di amici comuni. Ma solo tre anni dopo mi raccontò il film nel dettaglio. Poi abbiamo continuato a parlarne per sette anni finché non lo abbiamo fatto. Ha insistito molto e ha fatto bene, non tutti i registi lo fanno. E non tutte le attrici accetterebbero questo ruolo! No, è una bugia, è un personaggio difficile ma meraviglioso.

La magia che vediamo sullo schermo è dovuta anche a eventuali affinità elettive che in qualche modo vi legano? Vi unisce l’essere lontani dal conformismo di Hollywood?

Non mi vedo come un’attrice che sta lontana da Hollywood, ho fatto Guerre Stellari e più hollywoodiano di quello non c’è nulla. È vero però che cerco sempre progetti molto diversi l’uno dall’altro. Credo invece che ci unisca l’integrità nel lavoro. Non glorifichiamo Hollywood, o il cinema indipendente, solo per partito preso, indie non vuol dire necessariamente qualità, Hollywood non è il demonio. Il problema, però, è che il cinema indipendente diventa sempre più piccolo e ha sempre più difficoltà a essere distribuito. Ad esempio Love and Other Impossible Pursuits, che amo molto e di cui sono molto orgogliosa, è stato al Toronto Film Festival l’anno scorso e non è ancora stato distribuito nei cinema. E data la bellezza del film, lo trovo francamente pazzesco. Ormai lavoro da quasi vent’anni, e posso fare un paragone, questo non sarebbe mai successo cinque o dieci anni fa. Da un altro lato però ora con internet la distribuzione può avvenire in un altro modo e ci sono molte cose valide in rete. E con il digitale il costo del film è stato abbattuto, ora puoi fare un buon film con il tuo cellulare! E vederlo su questo iPad!

Ha mai pensato di passare dietro la macchina da presa?

Ho fantasticato spesso in proposito, ma non ci ho ma mai pensato veramente. Però ho scritto una sceneggiatura con una mia amica.

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