Crash: Hit me with your best shot

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Leccare le cicatrici su un corpo durante un amplesso significa fare l’amore con la storia dei traumi di chi quel corpo lo abita. Concetto esposto come molti altri in Crash, uno dei film più magnifici e disturbanti di David Cronenberg, tratto dall’omonimo romanzo di James G. Ballard e piuttosto pedissequamente trasposto sul grande schermo. La fascinazione del trauma, della macchina, della contaminazione postmoderna del corpo, la sua trasformazione… i temi più cari a Cronenberg erano già tutti presenti nel romanzo. I prodromi di certo cyberpunk che non hanno nemmeno bisogno di esplodere, avanzati come erano per i tempi che percorrevano a gran velocità.

Torna in sala, Crash, in versione restaurata e distribuito coraggiosamente in una estate post-Covid da Movies Inspired. E ci sta anche benissimo, in attesa che qualcuno realizzi qualcosa di altrettanto forte, di altrettanto affascinato da questa nuova, odierna contaminazione corporea, questo trasformarsi della pubblica immagine dietro le mascherine, questo osservare impotenti le morti, lentamente, dai nostri balconi… Ecco che il parallelo con il Ballard del film e del libro, omonimo dell’autore che si pone già in posizione sia voyeuristica che fisicamente coinvolta, diviene lampante e contemporaneo.

 

Crash Boom Bang

Per chi avesse la fortuna di non aver ancora mai visto Crash, e pertanto l’immenso piacere di goderne con occhi vergini, racconteremo stralci di trama per prepararvi a una visione sporca ed eccitante, di quelle che esaltano e innalzano lo spirito pur tirandolo in basso, verso gironi di inferi notturni illuminati male, celati agli sguardi eppure sotto gli occhi di tutti.

James G. Ballard è un produttore televisivo – l’autore afferma così di non essere solo il deus ex machina, ma di subire egli stesso il racconto, in una fascinazione switch di master of puppets ora, di succube poi, e a fasi alterne di uomo che guarda – con una bellissima moglie, Catherine. Fin dalla prima scena sappiamo che i due hanno soventi relazioni extraconiugali e che traggono eccitazione reciproca raccontandosi ogni particolare durante i loro rapporti. Ballard viene coinvolto in un violento incidente stradale. L’uomo al volante dell’altra auto muore sul colpo, scaraventato fuori dall’abitacolo; sua moglie riporta lievi ferite, ma sembra in stato di choc. Questo è l’inizio, per Ballard prima e per sua moglie poi, di un percorso che li porterà a conoscere una realtà molto più perversa di loro: un gruppo di persone che, attratta dallo scarto energetico e dal potere sessuale sprigionato da incidenti automobilistici gravi, riproduce fra le altre cose gli scontri nei quali sono morti personaggi famosi, spettacolarizzando la morte, lo schianto, la trasformazione della carrozzeria a seguito di un trauma.

Ecco che le ferite, il sangue, le cicatrici si fanno veicolo di un tema tanto caro a Cronenberg, quello della body modification. Innesti meccanici, protesi, punti di sutura. E poi irritazioni da tatuaggio, cicatrici di profonde ferite ricucite alla buona, commozioni cerebrali e sangue, poco ed estetizzato, sempre ben attaccato ai corpi, mai su altre superfici. Tutto concorre all’eccitazione sessuale dei protagonisti, in quello che diventa una sorta di orgia corale, alla ricerca dell’incidente perfetto che generi l’orgasmo più violento, nella nuova estetica già teorizzata al cinema dal Joker di Tim Burton qualche anno prima.

Ed è il cinema che troneggia su tutto, l’esaltazione del guardone per eccellenza. È la finestra su un cortile che si apre sulle autostrade, quella della lussuosa casa di Ballard. Sono gli incidenti delle star, da James Dean a Jane Mansfield. Sono le inquadrature sugli avantreni delle auto, fredde, impersonali, eppure così animate, che ricordano Duel di Steven Spielberg. Una lentezza che fa sentire il calore, la noia, il sexual arousal così costante e smanioso da far camminare male i protagonisti.

Un cast eccezionale, da James Spader, star di tanti ruoli fastidiosi, a Holly Hunter – non esattamente la tipica sex symbol, eppure eccitante qui come in Lezioni di piano – passando per Rasanna Arquette e Elias Koteas, invasato e unico attore consapevole in questo teatro degli orrori sessuali in cui essere sinceri con se stessi è la vera chimera per chi ne è fuori.

 

L’attualità di un capolavoro: Crash è un film d’amore

È un film senza tempo, Crash. Con quella lentezza che fa sentire sulla pelle di chi guarda, in piena identificazione fisica, l’insoddisfazione perenne dei protagonisti, contrapposta alla velocità estrema degli incidenti. Nessun escamotage tipico degli anni Novanta, nessuna dilatazione del tempo filmico: l’incidente esplode in un attimo, come un orgasmo maschile, dopo è inutile indugiare su qualunque cosa. Meglio tacere per un po’, fino alla ricerca del successivo. E le carrozzerie danneggiate, parallele alle pelli scarificate, bellissime nel loro avere una storia, irresistibili nel loro esibirla senza pudori o assurde vergogne. E la ricerca ossessiva di una fama da toccare, da rivivere, da respirare negli umori corporei rimasti sui sedili di quelle auto. Riprodurre la fama, per toccarla almeno un attimo, per viverla seppure in modo surrogato.

Quanto è attuale Crash oggi… forse più di eri, aderente alla nostra società malata, assuefatta di sensazionalismi, sempre alla ricerca di qualcosa di più estremo. Eppure incapace di condividere un legame profondo, empatico e solido, come quello di Catherine e James Ballard. La coppia che si ama, che si comprende, che si unisce sempre più attraverso i tradimenti, proprio come si fa quando si traspone un romanzo sullo schermo, che alla fine, attraverso la discesa negli inferi delle proprie perversioni, nella comprensione reciproca, nell’accettazione di ciò che si è, psicopatologici come si è, senza giustificazioni o mistificazioni, trova l’apoteosi dell’amore. Il finale, una scena in più rispetto al libro: l’unica in luce in un film buio, con toni scuri tagliati da luci gialle, con moltiplicazioni dello schermo che mostrano all’occhio pur celando, quando i due, finalmente pienamente consapevoli di chi sono e cosa cercano, godono del loro amore alla luce del giorno. Senza bisogno di narrazioni altre. E se qualcuno guarda e vuol giudicare, i Ballard se ne fregano.

Magari la prossima volta, amore. La prossima volta.

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About Author

Federica Aliano

Critica e saggista cinematografica, scrittrice, è con Alessandro De Simone la fondatrice di The Cinema Show e ne è il direttore editoriale. Ha pubblicato, tra gli altri, su 35mm.it, Hotdog, Everyeye, IHMagazine, Staynerd e Movieplayer.

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