AMC – Universal. Una rivoluzione. Forse anche italiana

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La prima cosa sarà vedere come si comporteranno le altre major. Disney, vista la tipologia di prodotto, ha ancora la sala come interesse primario, per poi ripiegare, una volta terminato il primo sfruttamento, alla sua piattaforma streaming Disney+. Difficile quindi che si sieda a tavolino. Sony, Warner Bros, MGM (negli USA), Lionsgate e altre distribuzioni dovranno invece prendere atto della mossa e agire di conseguenza. Anche con una certa soddisfazione, dato che proprio durante il lockdown Sony ha distribuito direttamente VOD Bloodshot, cinecomic con Vin Diesel, e Warner Bros The Way Back, il film del rilancio di Ben Affleck.

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Bloodshot (Vin Diesel) in Columbia Pictures’ BLOODSHOT.

Nonostante le buone notizie che arrivano dagli Stati Uniti e dal Regno Unito sui progressi per sintetizzare un vaccino, i cinema non torneranno a pieno regime prima di molti mesi. Se da una parte questo significa che lo sfruttamento in sala di un film durerà per forza di cose più a lungo, dall’altra trovare una distribuzione alternativa per chi non vorrà rischiare la salute andando al cinema è necessaria.

Di conseguenza, le altre grandi catene di sale dovranno adattarsi e trovare accordi simili con tutte le distribuzioni, per non rischiare di perdere futuri redditizi prodotti, come il prossimo Bond, il nuovo Fast and Furious e tutti gli altri film che sono stati spostati molti mesi in avanti per poter mantenere il loro potenziale commerciale.

In ogni caso si tratta di una rivoluzione epocale, che dovrà far ripensare non solo il comparto distributivo, che comunque ne trae un grande vantaggio.

Fino a oggi, un film ha bisogno di due lanci P&A (Publicity & Advertisement, ovvero stampa e pubblicità), con il secondo che spesso non dà risultati commisurati all’investimento, perché di fatto si parla di un prodotto già “esaurito” due mesi prima o poco più, tempo quasi inesistente in termini di marketing.

Questo nuovo futuribile assetto permette alle distribuzioni di concentrare sforzi e budget in un’unica finestra. Ma non solo. L’arrivo in VOD dopo un così breve periodo potrebbe essere un toccasana per gli esercenti stessi. La differenza esperienziale del cinema in sala rispetto allo schermo di casa potrà infatti essere discussa in tempo quasi reale da due diverse tipologie di spettatori. Chi ha avuto il piacere della poltrona al buio, e vuole magari rivivere il film nel salotto di casa con altri amici, potrà farsi portavoce delle differenze impossibili, almeno per ora, da colmare da parte dell’esperienza casalinga.

Blockbuster o Art House?

E qui entra l’ultima questione, forse la più importante. Tutti i film avranno questo destino, o si faranno delle scelte precise. E soprattutto, se è un flop in sala, sarà un successo in VOD, e viceversa? Gli scenari che si aprono sono molti e tutti interessanti.

Per esempio, se un film, anche dal budget importante, si rivela un bagno di sangue nelle prime due settimane in sala, può essere smontato e portato su piattaforma, sperando di dargli nell’immediato una nuova vita, e soprattutto una nuova storia, grazie all’utenza social meno cinefila e al suo incessante tam tam logorro-critico.

Di contro, un’opera art house che apre con buone medie d’incasso in sala, potrebbe vedere raddoppiate le sue possibilità, diventando quindi un prodotto più interessante anche per distribuzioni più mainstream. Un film Searchlight (quelli di (500) giorni insieme, per intenderci) o Sony Classics o A24 potrebbe essere un affare migliore, in proporzione, di un Transformers.

E Amazon e Netflix?

Ma anche Apple Plus e tutti gli altri player che prossimamente arriveranno, trarranno vantaggio dalla situazione. Perché potranno mandare in sala i loro film e poi metterli in piattaforma a disposizione di tutti gli abbonati senza far arrabbiare nessuno, prima di tutto i loro autori, che rischierebbero eguale trattamento ovunque. Il potere di contrattazione delle piattaforme SVOD crescerebbe ulteriormente, dato che David Fincher, Aaron Sorkin e altri grandi autori, in un mondo senza Covid, avrebbero chiesto al colosso di Los Gatos di uscire in sala, e magari anche di fare qualche festival.

Già, e i festival? In teoria per loro non cambierebbe niente. In pratica, sarebbero le uniche entità a essere danneggiate, e non poco. Un film che debutta a Toronto a settembre e va in sala un mese dopo sul mercato nordamericano è oggi ancora molto appetibile da tutti i festival europei autunnali, e anche qualcosa più in là, a seconda della distribuzione. Questa rivoluzione ne metterebbe molti fuori gioco, perché si perderebbe il concetto di anteprima, primaria fonte promozionale degli eventi cinematografici, insieme ai talent che accompagnano le loro opere.

Ma la rivoluzione dei festival è già iniziata, e non sarà indolore. Almeno per chi li fa.

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About Author

Alessandro De Simone

Critico, ufficio stampa, festival programmer, esperto di cinema sportivo. Tifoso del Napoli, dove è nata nel corso del XX secolo. Londra è la sua città, dove vive per la maggior parte del tempo. Ha fondato The Cinema Show nel 2010, come primo mensile esclusivamente per iPad in Italia.

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