The Tree of Life: le miserie dell’uomo sono poca cosa…

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sean pennPermettetemi la prima persona. Perché per scrivere di Terrence Malick ci si mette in gioco, specialmente per raccontare questo ultimo film. Non è facile racchiudere tra le righe The Tree of Life, ti dà la sensazione di non essere degno di giudicare un regista che ha infuso così tanto di sé nella sua opera. Io non ne sono di certo degna.

Malick ha concluso cinque film in tutta la sua carriera.

Malick è con ogni probabilità il più grande cineasta vivente.

Ha ritmi di lavoro impossibili, cerca la perfezione nella luce naturale, quando potrebbe avvalersi di tantissimi altri mezzi. Probabilmente fa impazzire i suoi produttori, ma il fatto è che ha ragione lui.

The Tree of Life, uno dei film più attesi al Festival di Cannes e nelle sale di tutto il mondo, è un capolavoro, senza nemmeno un fotogramma di troppo, con l’intensità che nasce dal piccolo e dall’immenso, con l’armonia e l’equilibrio che la natura ha equamente donato all’atomo e all’universo intero. È cinema di poesia (e, in quanto tale, non c’è da aspettarsi che sia di facile fruizione o comprensione), è arte astratta, è materia con la quale, al pari del recente David Lynch, bisogna solo lasciarsi andare e mettersi in auscultazione. La trama c’è, ma non è la componente principale, la musica guida le emozioni nella direzione che le immagini desiderano, il montaggio ha il ritmo dei sogni, dei ricordi confusi, delle evocazioni degli scritti teologici ed epici, ogni singolo elemento è funzionale a tutti gli altri, in un equilibrio formale che nessuno, al giorno d’oggi, è in grado di eguagliare. Il buon Terrence prende per mano chi è disposto a perdersi nelle sue immagini, e lo porta a conoscere Jack, un ragazzo texano con un padre a dir poco difficile. Abbiamo visto spesso pellicole su violenze sessuali, quasi mai film che raccontino la violenza domestica fisica e psicologica. Se ci si ferma a domandarsi il perché, la risposta arriva da sola: la violenza sessuale si può sottintendere, più complesso è rendere la tensione continua, la paura anche solo di aprire bocca o di essere anche semplicemente seduti a tavola nel modo sbagliato, in un film. Malick lo sa rappresentare come solo un grande artista è in grado di fare, con un Brad Pitt che, quando si ricorda di essere un grande attore, lo è in modo spaventoso. Poi vediamo Jack adulto, uno Sean Penn che si avvale solo di un’incredibile mimica facciale e corporea. Indossa un vestito firmato, ha l’ufficio in cima a un alto grattacielo, presiede riunioni, è rispettato. È un uomo affermato, la sua vita può apparire perfettamente realizzata. Invece il dolore lo consuma dentro, un pensiero lo corrode ogni giorno: quel ragazzino tutt’ossa che ha paura di tornare a casa perché si sente più al sicuro fuori è sempre con lui. Jack vorrebbe prendersene cura, ma non sa farlo, vorrebbe farlo crescere, dirgli che andrà tutto bene, ma sa che non è vero.

Intanto c’è l’enormità del cosmo, del creato, dell’evoluzione (e solo Malick è riuscito a fondere in una sola sequenza i passi della Genesi e dell’Evoluzione delle specie senza farle cozzare e, anzi, infondendo un lirismo emotivamente spiazzante), di un Dio che non può e forse non vuole sentire. Perché la miseria, il dolore che per un singolo uomo sono tutta la vita, sono niente in confronto al Creato. Frasi semplicissime vengono sussurrate fuori campo: sono stilettate nel fianco dello spettatore, la fonte di riflessione e di consapevolezza, questa volta con l’unica speranza di Credere, di essere in grado di aggrapparsi a un Aldilà, qualunque esso sia. La via della Grazia, contrapposta a quella della Natura, si traduce in un utilizzo delle musiche che sostituisce la narrazione per minuti e minuti, con una potenza emotiva e significante che nessuna scena narrativa potrebbe neanche solo avvicinare.

Questo è forse il film di Terrence Malick più violento e insieme più aulico, perché questa volta la speranza ha davvero poco spazio, e lo spettatore, devastato dal vissuto mostrato sullo schermo, non ne esce affatto rassicurato.

“Lascerai che accada ogni cosa”. Conosciamo già la risposta.

 

Federica Aliano

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