Captain America: The Winter Soldier

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Il bello dei supereroi non sono i poteri, ma la libertà che hanno di fare ciò che desiderano. Probabilmente è questo l’insegnamento che si dovrebbe ricavare dalla lettura di tonnellate di fumetti nell’età della crescita, e se possibile metterlo anche in pratica.

Batman è un vigilante anarchico, Spider-man un post adolescente che si prende le sue rivincite sulla vita, Iron Man un miliardario sociopatico e impossibilitato a rispettare regole e protocolli. Tutti personaggi sull’orlo di una crisi di nervi, pronti a prendere derive inaspettate. Anche per questo Capitan America è uno dei personaggi più affascinanti dell’universo Marvel. Nato per essere un prodotto di propaganda, si è evoluto nel corso dei decenni fino a diventare un paladino della giustizia popolare, pronto a sfidare il governo, a combatterlo in nome della libertà, quella vera, senza manipolazioni, controlli e compromessi. Da simbolo reazionario a eroe romantico, fino alle estreme conseguenze, come si legge in Civil War, insieme a Kingdom Come uno dei maggiori romanzi americani degli ultimi trent’anni.

Sebbene non si possa chiedere tanta grazia in un prodotto Marvel che cinematograficamente è marchiato Disney, la china presa da Cap nella sua seconda avventura cinematografica, The Winter Soldier, fa però ben sperare. La direzione è quella di dare una complessità diversa ai vari Avengers, ma se nel caso di Tony Stark questa ricerca è miseramente fallita nel terzo episodio, raffazzonato e superficiale proprio nella costruzione del personaggio, a Steve Rogers si offre molta più attenzione, consci anche dell’importanza che il soldato dallo scudo a stelle e strisce ha avuto e ha ne l’immaginario collettivo americano.

Sarà anche per questo che The Winter Soldier ha una struttura che ricorda più il cinema spionistico degli anni Settanta (complice un sontuoso Robert Redford) unito al testosterone degli anni Ottanta. Una formula che funziona alla grande per oltre metà film, rispolverando addirittura un genere quasi dimenticato come la fantapolitica. Poi, naturalmente colpi di scena e distruzione di massa, come l’equazione comic movie impone già stancamente, che in questo caso non fanno però dimenticare quanto di buono visto e soprattutto percepito. Tanto che il pensiero stupendo che nasce un poco strisciando è che la ribellione di Capitan America sia nei confronti dell’ordine costituito dalle grandi orecchie tonde.

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Alessandro De Simone

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