Berberian Sound Studio: la recensione

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Anni settanta. Gilderoy (Toby Jones) è un ingegnere del suono inglese che arriva in Italia per lavorare agli effetti sonori di un film horror. Il regista è un uomo arrogante e indecifrabile, attorniato da donne misteriose. Il suo film, The Equestrian Vortex, è inquietante e malato e Gilderoy, sempre più affogato nel lavoro, perde il contatto con la realtà, finendo risucchiato nelle atmosfere della pellicola e nei labirintici corridoi dello studio di registrazione.

Berberian Sound Studio, opera seconda dell’inglese Peter Strickland, è un film misterioso. La trama ha un ritmo in levare, dove niente accade se non nella mente fragile del protagonista. Omaggio apparente a un’epoca dorata del cinema artigianale, dove il suono di un ortaggio tagliato evocava squartamenti e sangue, Berberian Sound Studio è in realtà un’indagine psicologica sulla percezione, un saggio d’atmosfera sulla deriva morbosa di una personalità suscettibile. Il film nel film, di cui non vediamo che vaghi riverberi proiettati sui corpi dei personaggi, diviene così un oggetto animato che plasma e condiziona il mondo, un incubo lynchiano capace di generare terrore.

Federico Pedroni

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