I racconti di Parvana–The Breadwinner: il potere del raccontare le storie

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Nelle sale solo il 25 novembre, come film evento di quest’anno per la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, I racconti di Parvana (The Breadwinner) è un film animato prezioso. Così prezioso che dispiace profondamente averlo in sala un solo giorno – e ringraziamo la Wanted per averci dato almeno questa possibilità. Racconta di una realtà difficile per tutti coloro che la vivono e la hanno vissuta: la guerra in Afghanistan che sta per iniziare. Un giorno come un altro, Parvana è al mercato con suo padre. Sono già poveri, stanno tentando di vendere l’abito buono di lei, quello con cui un giorno potrebbe sposarsi. Suo padre non ha più una gamba, suo fratello è morto. Ma il vecchio maestro viene arrestato, denunciato da una spia talebana, solo perché ha insegnato a leggere alle sue figlie.

“Stiamo entrando. Se ci sono donne in casa, copritevi subito!”

La delicatezza dell’essenziale

I racconti di Parvana è un film delicato, con un’animazione essenziale ed elegantissima, stilizzata ed espressiva fino al cuore vero delle cose. I colori scelti dalla regista Nora Twoney sono a dir poco perfetti. Caldi e avvolgenti, in contrasto con l’azzurro dei Burqa. Sono proprio quelli esatti, per descrivere l’aria secca, stantia, la sensazione di claustrofobia che si respira in certe città, così povere che i bambini non hanno da mangiare, eppure il cui solo problema è che una donna non possa uscire di casa senza un marito o un fratello, che si debba coprire adeguatamente, che non possa nemmeno comprare da mangiare o varcare l’uscio di un negozio e rivolgersi al venditore, senza suo marito. Città in cui una donna, di qualunque età, sorpresa in strada da sola, può essere percossa a bastonate anche fino alla morte, lasciata lì agonizzante, da un qualunque passante maschio, che resterà impunito. O che addirittura verrà elogiato per aver fatto il suo dovere.

Allora Parvana indossa gli abiti di suo fratello morto, taglia i suoi bei capelli e si finge maschio. Solo per poter andare al mercato a comprare del riso. E da subito è evidente, a lei e a noi, la libertà di andare, dire e fare ciò che vuole, anche faticosa da accogliere per chi da sempre è abituata a non averla. Lei che detestava le storie raccontate da suo padre, inizia a raccontarne al suo fratellino, per farlo star buono, mentre sua madre tenta di guarire dalle percosse prese in strada senza poter chiamare un medico, che non potrebbe visitarla senza suo marito presente.

Non è un caso che a produrre il film sia Angelina Jolie, ambasciatrice per le Nazioni Unite. E che ha scelto di sostenere il film tratto dal romanzo di Deborah Ellis, Sotto il burqa.

Il potere della parola: I racconti di Parvana

Non è la sola, Parvana, ad essersi vestita da maschietto. Ma l’intento per lei è diverso: vuole riprendersi suo padre. E c’è tutto, in poco più di un’ora di film, poetico e brutale, che alterna momenti di grande lirismo ad altri di estrema violenza. E ci sono le storie, i racconti di Parvana, prima al fratellino, poi all’amica. Racconti che si costruiscono nel momento stesso in cui vengono pronunciati, che non sono già scritti, che sono una magica formula contro tutto ciò che circonda la piccola, forte, coraggiosissima Parvana.

Mentre sua madre prova a dare la figlia in sposa a un cugino violento, per poter sopravvivere, mentre Parvana incontra anche uomini diversi, disposti ad aiutarla, contrari al regime talebano, noi vediamo nascere e progredire il racconto di Sulayman: “Mia madre era una scrittrice, mio padre un maestro…”, fino a quando il racconto stesso non esplode, ripetuto come un mantra, e sprigiona tutta la potenza della parola. Le storie vanno raccontate bene, altrimenti è meglio non farlo affatto. E vanno raccontate perché non restino nell’oblio, perché non si dimentichi, perché non si ritorni a battere certe strade violente.

I racconti di Parvana è una risposta potente, prorompente ed esplosiva, ma delicatissima e tutta femminile, all’arroganza e alla violenza di una società di uomini e di odio. È il racconto di come una giovane donna, seppur vestita da uomo, non si arrende di fronte a nulla e resta integra, fedele a se stessa, a ciò che è giusto, anche a rischio della vita. E di come il racconto di una storia possa essere l’unica arma per educare e far comprendere.

“Alza gli occhi, non la voce. È dalla pioggia che nascono i fiori, non dal tuono”.

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